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Linearità e scienza PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Spegni   
Lunedì 18 Gennaio 2010 08:52

La lezione è iniziata con una breve bibliografia, composta da libri per lo più introduttivi/divulgativi sulla Epistemologia. Ecco i titoli presentati:

 

  • "Scienza e Verità", di Alberta Ravaglia (ed. Paravia, collezione Scriptorium): una raccolta di saggi volti a sottolineare alcuni aspetti rilevanti che hanno contribuito all'evoluzione della filosofia della scienza. Il primo, più introduttivo, della Ravaglia stessa, mentre gli altri, più specifici, sono indirizzati dall'autrice per approfondire quanto viene enunciato brevemente all'inizio.
  • "Filosofia della Scienza", di Giacomo Giorello (ed. Jaca Book): una storia della epistemologia meno divulgativa rispetto al libro della Ravaglia. In particolare l'autore qui insiste sull'orientamento più contemporaneo dell'epistemologia, cioè sulla corrente nota come "Nuova Filosofia della Scienza", un orientamento decisamente antipositivista e che ha come rappresentanti Paul Fayerabend e Thomas Kuhn
  • "Introduzione alla Filosofia Scientifica del Novecento", di Michele Marsonet: l'autore compie un excursus storico da Auguste Compte, padre del positivismo, fino al relativismo contemporaneo
  • "Le rivoluzioni scientifiche e il mondo moderno", di Giorgio Agazzi
  • "Sulle spalle dei giganti", di Robert Merton

Linearità del metodo e continuità della scienza

Questo è stato il filo rosso di questa lezione: quanto linearmente avanza il processo di sviluppo della conoscenza? In che misura lo scienziato prima e la comunità poi, sviluppano ed acquisiscono nuove conoscenze in maniera lineare, applicando gli strumenti ed il metodo (o i metodi) noti?

Merton paragona la differenza fra lavoro di ricerca (tipicamente errabondo), e la stesura finale delle pubblicazioni SUL lavoro stesso (la quale tipicamente procede in linea retta, dai principi primi alle conclusioni), alla differenza che esiste fra come gli scienziati fanno ricerca giorno dopo giorno e i discorsi che, a posteriori, si fanno SUL metodo scientifico. In altre parole si riconosce come la scienza abbia sia un carattere linguistico (il racconto delle scoperte e della conoscenza) che un carattere empirico (l'esperienza che porta alle scoperte).

Abbiamo poi analizzato alcune metafore che talvolta si usano per descrivere la scienza:

  • Scienza come palazzo: di solito si usa questa figura per evidenziare il fatto che la scienza ha (o dovrebbe avere) delle fondamenta solide ed il fatto che al suo interno ci si dovrebbe abitare; in altre parole, ci si aspetta che seguendo le "regole" della scienza si possa arrivare a nuove conoscenze, ad un nuovo comfort
  • Scienza come palafitta: in questo caso si vuole evidenziare la provvisorietà e l'opportunismo delle fondamenta su cui poggia la scienza; in quanto palafitta, inoltre, l'abitazione si può agevolmente abbandonare e spostare in un altro luogo, se le "belve" di turno dovessero assediarla
  • Scienza come fortezza: se si parla di fortezza è perché si vuole difendere la conoscenza finora acquisista; allo stesso modo, a differenza di un'abitazione, vige il monito di non affezionarsi alla propria fortezza (cioè alle conoscenze acquisite, agli strumenti già noti), perché si potrebbe doverle abbandonare da un momento all'altro, per raggiungere nuove conoscenze
  • Scienza come pesca: questa metafora evidenzia un carattere forse più dinamico delle precedenti, parlando della scienza come attività, come processo di conoscenza; come nella pesca, i risultati ottenuti volta per volta dipenderanno dall'ampiezza delle maglie della rete utilizzata (gli strumenti), l'ora ed il luogo in cui si è pescato (evidenziando in questo modo l'importanza del contesto in cui un lavoro si svolge: relazioni umane, dipartimenti, conferenze, ...). Come il pescatore non si illude che nel mare esista solo quello che effettivamente egli (o ella) riesce a pescare, allo stesso modo il ricercatore non deve illudersi che il mondo è solamente quello che riesce a conoscere. Infine, il ricercatore sa (o sappia) che quanto riesce effettivamente a scoprire, è un prodotto omogeneo alla rete utilizzata; in altre parole, la descrizione di quanto egli o ella scopre, è fortemente condizionato dagli strumenti (teorici o pratici) che sono stati adottati nel processo di scoperta
  • Scienza come ottica: questa metafora viene spesso utilizzata per evidenziare come ogni nuova scoperta che si compie, è simile ad un nuovo paio di lenti che si possono montare sui propri occhiali: esse permetteranno di vedere la realtà (la quale non è cambiata con la nuova scoperta scientifica) da nuovi punti di vista, svelando nuove soluzioni per i problemi esistenti e, perché no, nuovi problemi.

In estrema sintesi, potremmo dire che oggi la scienza ricerca la verità senza la pretesa di possederla mai. A proposito di queste due tensioni, "ricerca di verità" e "pretesa di possederla", esse sono inquadrabili in due dimensioni, che chiameremo dogmatismo e scetticismo. Per dogmatismo intendiamo il fatto che la conoscenza scientifica ha bisogno, in qualche misura, di riconoscere alcune linee guida all'interno delle quali sentirsi "libera" di ricercare senza cadere in terreni paludosi (leggi: conoscenze contraddittorie). Per scetticismo, si intende invece un naturale rigetto per quello che esce (almeno ad una prima valutazione) da queste linee guida. Per dirlo con un'immagine, può andare bene che da parte dello scienziato ci sia una certa dose di dogmatismo e di scetticismo, ma è anche bene che egli (o ella) non eccedano con questi due "ingredienti", altrimenti rischia di non riconoscere una rivoluzione scientifica in atto.

Sintesi dogmatismo e scietticismo nella scienza

Ancora a proposito del dualismo "ricerca della verità" e "pretesa di possederla" è stato citato Kurt Goedel. Egli, seppure con un lavoro molto tecnico, ha lasciato un segno nella storia del pensiero matematico e scientifico, dimostrando che, dato un sistema formale (in grado almeno di esprimere l'aritmetica dei numeri naturali con l'operazione di moltiplicazione) è impossibile dimostrare, con i soli strumenti del sistema stesso, che esso sia consistente. In altre parole: lo scienziato può cercare di impostare un ambiente di lavoro per raggiungere una conoscenza non contraddittoria, ma a domande quali "perché usare proprio quel sistema?" o "perché c'è bisogno di impostarlo in quel modo?" non potrà rispondere con i soli strumenti messi a disposizione dal suo stesso ambiente di lavoro. Lo scienziato dovrà ricorrere, con le sue argomentazioni, ad altri sistemi, a ragioni al di fuori del suo ambiente di lavoro. Un secondo risultato molto importante di Goedel è stato quello di provare che, dato un qualsiasi sistema formale, esso conterrà delle verità che sono esprimibili con i suoi simboli, ma che non sono provabili con i soli strumenti che il sistema mette a disposizione. In altre parole, anche qui una volta che lo scienziato abbia impostato un suo ambiente di lavoro, egli potrà parlare di fatti che sono veri, reali, ma non potrà dimostrarli con il "linguaggio" che il suo ambiente di lavoro mette a disposizione. I risultati di Goedel hanno messo seriamente in crisi la credenza, a suo tempo diffusa, che con il linguaggio della matematica (ed in particolare con il linguaggio dell'Aritmetica di Peano) si potessero descrivere (e provare!) tutte le verità sui fatti del mondo (almeno quelli che trovavano una "codifica" formale), serviva solamente tempo e pazienza per scoprire la giusta strada che conducesse alle loro dimostrazioni.

La lezione termina con un'ulteriore invito alla lettura:

"Idee e miti del nostro tempo", di Umberto Galimberti. In questo testo si ragiona sulla differenza esistente fra quelle che l'autore chiama idea-motore e quella che invece chiama idea-mito: la prima è un'idea sempre in sviluppo, che provoca e smuove gli animi. La seconda è invece un'idea statica, la quale non evolve, non si "rigenera" e non motiva coloro che la condividono.

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Ultimo aggiornamento Martedì 19 Gennaio 2010 12:38
 

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